L'isola in via degli Uccelli

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: LIBSAL031
Editore
: Salani
Autore
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: 1-2 giorni
Prezzo
: € 12.00 € 7.20

Titolo: L'isola in via degli Uccelli
Autore: Uri Orlev
Titolo originale: The Island on Bird Street
Traduzione: Mariarosa Giardina Zannini
Editore: Salani
Collana: Istrici d'Oro
Data di Pubblicazione: 2009. Ristampa 2012.
ISBN-13: 9878862560597
Pagine: 185
Formato: rilegato;
Età di lettura: da 12 anni

1942: il Ghetto di Varsavia attraverso gli occhi di un bambino. Un'insolita storia di sogni, paure, giochi e poesia.

La seconda guerra mondiale infuria per l'Europa e in Polonia la vita, già difficile per tutti, è per gli ebrei pressoché insopportabile. E Alex è, appunto, ebreo. Sua madre è scomparsa nel nulla e suo padre è stato prelevato dalle SS e fatto partire per una destinazione ignota. Rimasto solo Alex si è rifugiato in un edificio abbandonato, al numero 78 di Via degli Uccelli, e dalla sua isola segreta esce solo di notte, per procurarsi il cibo. Finché, un giorno, Alex ode delle voci: degli sconosciuti si sono introdotti nel palazzo. Il coraggio, l'eroismo perfino, non sono insoliti in tempo di guerra, ma Alex ha appena undici anni, e la sua è la storia di come la nuda forza di volontà riesca talvolta ad avere la meglio sulla crudeltà e l'ingiustizia.

''L'Olocausto è la mia infanzia e c'erano molte cose belle e divertenti allora, che non si possono avere se si cresce invece in tempo di pace. [...] Volevo scrivere di un bambino nel ghetto che diventa una sorta di Robinson Crusoe in una città vuota: per sopravvivere prende dalle altre case ciò che gli serve come Robinson prendeva dai relitti di altre navi sospinte sulla spiaggia dalle onde.'' Uri Orlev.

''Orlev ha la capacità di dire tantissimo con poche parole. E ci mostra come i bambini possano sopravvivere senza amarezza in tempi duri e terribili.'' Premio H.C.Andersen 1996, la Giuria.

UN ESTRATTO
INTRODUZIONE
Pensa alla città in cui vivi o a quella più vicina al posto in cui vivi. Immagina la città completamente occupata da un esercito straniero che ha separato una parte degli abitanti dal resto: per dire, tutti quelli con la pelle nera o gialla, o tutti quelli con gli occhi verdi. E immagina che essi non siano solo separati da tutti gli altri ma siano pure imprigionati in un quartiere della città intorno al quale sia stato costruito un muro. Naturalmente, capita che questo muro tagli certe strade di traverso o le divida nel senso della lunghezza, e a volte tagli in due le singole case e i loro cortili. All'interno del quartiere isolato dal muro tutto rimane uguale: i cinematografi, le scuole, i locali notturni, i diversi negozi, gli ospedali. Tuttavia, a causa del muro e delle sentinelle che stazionano ai pochi posti di blocco che si possono varcare solo con permessi speciali, le merci stentano a raggiungere i negozi e i venditori ambulanti giovani e vecchi aumentano di numero di giorno in giorno. Naturalmente nemmeno i trasporti pubblici sono più come prima. Le automobili private e i tram sono scomparsi e le strade sono piene di 'risciò' (una specie di grande triciclo a pedale condotto da un guidatore seduto dietro e che ha dei sedili davanti nei quali possono trovar posto tre passeggeri magri o due grassi).
Se eri ricco prima dell'occupazione, puoi ancora permetterti di comperare quello che vuoi o di andare persino al night. Però per far questo devi essere ricchissimo e rispettare il coprifuoco. Se sei molto coraggioso o disperato potrai tentare di introdurre dei viveri dalle altre parti della città nel tuo quartiere murato. Se ti prendono verrai fucilato, anche se sei solo un bambino o una bambina. Se però riesci a cavartela, farai fortuna in quattro e quattr'otto. La volta dopo potrai forse assoldare qualcun altro che faccia il lavoraccio per te evitando così di rischiare la pelle. Vedi, qui la differenza tra l'essere ricco e povero non è solo una questione di tenore di vita o del modo di vestirsi o di mangiare. È una questione di vita o di morte. I ricchi hanno da mangiare mentre i poveri muoiono di fame e nessuno può aiutarli.
Mi ricordo che mia mamma si rifiutava di scendere in strada perché non tollerava la vista di tutti quei bambini che elemosinavano il pane mentre lei non aveva nulla da dargli. Il suo primo pensiero era per me e per mio fratello, e ogni fetta di pane che dava a un altro bambino significava una di meno per noi. E mi ricordo come un giorno mentre andavo a 'scuola', che era in realtà solo una stanzetta con tre scolari e un maestro, un uomo mi strappò dalle mani il sacchetto con il mio panino e ingoiò la carta e lo spago insieme al panino. Mi chiesi stupefatto come fosse riuscito a mandar giù lo spago; la carta era una cosa, ma lo spago? E poi arrivarono due uomini bene vestiti e lo riempirono di botte perché aveva rubato il cibo a un bambino ben vestito.
Eppure, la gente si sposava, litigava e si amava. E faceva anche i bambini. E c'erano i compleanni e i negozi di giocattoli e una pasticceria che apparteneva a una mia zia che mi regalava ogni giorno una pasta. C'era un ragazzo che rimase per molto tempo steso sul marciapiede davanti al suo negozio finché un giorno morì.
Un giorno le autorità di occupazione decisero di sbarazzarsi degli abitanti del quartiere murato. Di mandarli lontano. Oggi sappiamo che essi venivano inviati ai campi di sterminio. A un certo punto noi che vivevamo là lo venimmo a sapere. Ma non subito, all'inizio. Era impossibile credere che un popolo civile come quello tedesco potesse fare una cosa simile. Era difficile crederlo anche dopo che dei testimoni fuggiti dai campi vennero a raccontarcelo. La città in cui vivevo era Varsavia e il quartiere murato veniva chiamato il ghetto. Abitavo là durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma ritorniamo alla nostra città immaginaria.
Improvvisamente delle persone incominciano a scomparire. Prendono con sé una valigetta o uno zaino, e il resto viene abbandonato. Le loro case rimangono com'erano con i loro mobili, i loro vestiti, i loro letti e i loro libri tutti al proprio posto. Le porte d'ingresso rimangono aperte perché questo è l'ordine che è stato impartito. Ma nessuno vive più lì. Nemmeno cani o gatti, poiché non c'è nessuno che li nutra e se ne sono andati in qualche altra parte della città.
Un'altra cosa che non ci trovi più sono le radio. Queste furono proibite all'inizio dell'occupazione, e naturalmente la televisione non era stata ancora inventata. L'esercito occupante vuole portare via tutto quanto è stato lasciato nelle case vuote, e quindi lascia in piedi il muro e continua a porre le sentinelle ai posti di blocco. All'interno del muro, il ghetto è come una città fantasma. Solo qua e là rimangono alcune piccole isole di vita, fabbriche dove la gente lavora senza guadagnare nulla allo scopo di produrre delle cose per gli occupanti; calze per i soldati, per esempio, o stivali, o scope o spazzole. E accanto a ogni fabbrica c'è un casamento per gli operai.
Mia zia, il mio fratellino e io vivemmo in una di queste abitazioni fintanto che agli operai fu permesso di tenere i bambini con sé. A quel tempo mia mamma non era già più viva. Mi ricorso come mia zia mi mandasse, insieme a due uomini che conoscevamo, a cercare carbone nelle case vuote allineate lugno le strade deserte. A quel tempo riscaldavamo ancora la csa col carbone, d'inverno, e cucinavamo su fornelli a carbone. E, proprio come leggerete in questo libro, io andavo da un edificio all'altro attraverso dei passaggi nei muri e nelle soffitte, e correvo piegato in due quando dovevo attraversare una strada. Noi cercavamo il carbone, ma dovunque andassimo, io cercavo anche le stanze dei bambini, e quando gli uomini non mi vedevano, vi entravo e cercavo libri e francobolli per la mia collezione. Non potevo prendere molte cose poiché dovevo ritornare con un sacco di carbone sulle spalle; tuttavia riuscivo ogni volta a scovare un nuovo piccolo tesoro che faceva diventare mio fratello verde d'invidia. Gli davo naturalmente tutti i doppioni e i libri, non prima di averli letti io però. Robinson Crusoe era uno dei libri che avevo trovato così.
E questo ci porta al nostro libro, 'L'isola in via degli Uccelli'. Il quartiere vuoto di cui leggerete qui è il ghetto. Non dev'essere necessariamente il ghetto di Varsavia, dato che esistevano anche degli altri ghetti. Ma in questo ghetto le case erano state svuotate dei viveri e delle persone che vi abitavano mentre tutto il resto era rimasto uguale. Alex, l'eroe della mia storia, si nasconde in una casa diroccata che era stata colpita da una bomba all'inizio della guerra, sebbene tutte le altre case intorno siano intatte e piene di beni. Questa casa in realtà non è molto diversa da un'isola deserta. E alex deve aspettare lì finché tornerà suo padre. Ma suo padre tarda ad arrivare e Alex incomincia a chiedersi se arriverà veramente.
Così deve sopravvivere da solo per molti mesi, prendendo ciò che gli serve dalle altre case proprio come Robinson Crusoe, che prendeva ciò che gli serviva dai relitti di altre navi sospinte sulla spiaggia dalle onde. La differenza sta nel fatto che Alex non può coltivarsi il cibo, che deve nascondersi e che non ha una sorgente a cui attingere acqua. Ma Alex può vedere il resto del mondo attraverso uno spioncino nel suo nascondiglio, dato che la casa diroccata guarda al di là del muro che isola il ghetto deserto. Da questo pertugio vede tutta la gente che non è segregata come lui, anche se deve fare i conti con degli occupanti crudeli. Vede anche i bambini che vanno a scuola ogni mattina e che, sebbene sembrino così vicini, sono altrettanto lontani da lui di quanto lo fossero le più vicine terre abitate dall'isola di Robinson Crusoe. E poi Alex non ha l'uomo che si chiamava Venerdì; ha solo un topolino bianco. E un'altra cosa: la speranza, perché sta aspettando suo padre.
Uri Orlev
Gerusalemme, 1983

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